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L’architettura di John Hejduk
Sig.Fatmind_1999
view post Posted on 21/3/2008, 11:16Quote

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"L’universo dei miti e del linguaggio è la scena di un gioco che si svolge alle spalle dell’uomo e in cui l’uomo non è implicato,se non come voce obbediente che si presta a esprimere una combinatoria che lo supera e lo annulla come soggetto responsabile"
(U.Eco su Levi-Strauss - La struttura assente)

C’è nel Levi-Strauss presentato da Fornero nel volume della storia della filosofia dell’Abagnano, un continuo riferirsi a un idea primogenia di Regola, dice strauss infatti "il mio obbiettivo è rimasto lo stesso: mostrare che persino nellel sue manifestazioni in apparenza più libere lo spirito uimano è sottomesso a costrizioni rigorosamente determinanti". Partendo infatti dalla regola che praticamente è comune a tutte le società. dalla più primitiva alla più evoluta, quella del rifiuto dell’incesto L-S dice "essa costituisce una regola, ma è una regola che, unica fra tutte le regole sociali, possiede contemporaneamente un carattere di universalità." e ancora "ovunque si manifesti la regola,noi sappiamo con certezza di essere sul piano della cultura", cultura messa in opposizione a natura ovviamente in quanto sfugge alla mera necessità, in questo caso la riproduzione indiriscriminata, e in fatti continua "tutto ciò che è costante presso tutti gli uomini sfugge di necessità al dominio dei costumi, delle tecniche e delle istutuzioni che differenziano ed oppongono i gruppi".
E’ interessante avvicinare questi stralci ai progetti degli anni 70 di John Hejduk, specialmente a "The 13th tower of Cannaregio" o "Berlin Masque" in quanto, a mio avviso, è possibile leggere in quei progetti la assoluta esclusione da ogni regola progettuale di qualsiasi reale vivente,e la rifondaziomne assoluta, non tanto del linguaggio architettonico, ma delle Ritualità che quel linguaggio cerca di inscrivere nelle sue declinazioni.
Scorrendo in "Mask of Medusa"(anche nel titolo, per quanto puerile come accostamento, ritorna il mito) le paginie dedicate a venezia, dopo uno schizzo, ci si trova subiro davanti una tabella che illustra i fondamenti del progetto. A seguito di una descrizione accuratissima delle unità abitative, viene spiegato come verranno occupate:
13 torri fronteggiate da una inquietante Wall house verrano occupate da 13 cittadini estratti tra la popolazione, il 14esimo occuperà la wall house finchè una delle torri non verrà liberata. allora andrà ad accuparla e così via. ogni giorno una tavola coperta da una tovaglia bianca verrà spostata davanti ad una torre diversa e, sempre ogni giorno, unalastra del campo su cui sorgono le torri verrà divelta e la pietra così tolta andrà a coprire il buco del giorno prima. L’interno delle torri sarà ognuno di un colore diverso, e solo chi le abita può saperlo e ha il divieto assoluto di comunicarlo.
Da queste poche righe, è facile notare come l’elemento architettonico passa assolutamente in secondo piano, è il rito, la regola il centro del progetto, ma, una lettura un po’ più approffondita ci può illuminare su un altro aspetto un po’ meno lampante:
Chi sono le persone che abitano questi posti? cioè, il progetto di Cannareggio si inscrive in un reale presente?
Per rispondere a mio avviso occorre contestualizzare un attimo l’epoca. John Hejduk infatti è membro dei Five Architects, assieme a Graves Eisenman Meier e Gwathmey, un gruppo embelmatico e dalla vita breve, ma che ha portato, nel pieno dell’ascesa del cosidetto Post-Moderno, una destabilizazzione, che ha aiutato non poco la ripresa di un linguaggio moderno che pareva arrivato al capolinea. Merito dei five, a mio modestissimo parere, è stato l’aver ricominciato a parlare dell’architettura con l’architettura, è stato il ritornare a un linguaggio di "cultura", è stato il riprendere in mano, il mettere in crisi e contestualizzare l’eredità dei mostri sacri (specialmente europei) che troppo in fretta la seconda generazione di maestri aveva forse santificato, mumificato e contestualizzato, ridotto insomma, parafrasando Nietzche, a Pietre del linguaggio, parole e chiuse intoccabili.
Il percorso dei J.Heiduk, che pur parte da questi presupposti (le sue texas house, 1/2 house, 1/4 house, diamond house, non sono altro infatti che giochi con le parole base dell’architettura, finalmente liberate e pronte a essere ricombinate. Non è un caso che apporposito della diamond house disse che sarebbe stato il punto dove sarebbe arrivato anche le corbusier) approda ad un idea di rifondazione decisamente differente.
Non giunge infatti allo sfrenato citazionismo Meieriano, ne agli avvincenti giochi decostruzionistici di Eisenman o alle sue riletture razionalistiche, e ne tanto meno agli emblematici Ippopotami di Graves. Hejduks si tira infatti fuori quasi subito dalle costrizioni della materia architettonica, portandole ai minimi termini, e concentra il suo interesse sull’aspetto rituale/mitico che l’architettura volente o nolente assume. Fa, in un certo senso, quello che Le Corbusier realizza a Chandigar nella piazza centrale: mette in diretta comunicazione la relatà degli edifici e l’istituzione che rapprensetano. Ma, come per il maestro, non è certo una visione da manuale che viene prodotta, non certo una semplice discussione sulle tipologie. A differenza del maestro, non è con le istituzioni del reale che si raffronta.
La potenza del messaggio di Hejduk è quella di lacerare il velo che troppo spesso la prassi e la necessità mettono difronte al cordone ombelicale che corre fra Funzione e Progetto, trasformando la funzione stessa, che anche l’archittetto, vivendo nella relatà non è orami più in grado di aggredire essendone assoggettato alle regole, in un corpo nuovo, totalmente estraneo ed insondabile, in un afflato metafisico imprenetabile, in una proeizione talmente estranea che qualsiasi ritualità preesistente risluti del tutto inefficace, un muro talomente bianco pronto ad essere aggredito. E’ proprio questa estraneità che diventa nuovo sfondo alle connesisoni fra architettura e rito, tra la necessità di rispondere della prima, e il compito di domandare del secondo.
Secondo questa lettura del lavoro di Hejduk si può dire che di fronte all'agonia del linguaggio architettonico non c'è speranza in nessuna cura, ne combinatoria, ne citazionistica, ne decostruzionalistica che sia. Infatti, il vero cancro che afflige la nostra disciplina non è tanto nelle "parole" che vengono dispiegate, il probelma è che il discorso che scrivono si concretizza in una risposta a quesiti che sostanzialmente non sono mai stati posti, o ribaltando il punto di vista, il rito del reale si risolve in quesiti che ormai l’architettura non è più in grado di comprendere.
 
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view post Posted on 22/3/2008, 19:07Quote
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Metarie

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Status: Offline: ultima azione eseguita il 31/12/2009, 13:34


devo leggermelo per bene sto post, adesso ho solo adocchiato il riferimento a Lèvi-Strauss e sto già sbavando!
sti giorni rimedio!

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